Passa al contenuto principale

La solitudine di un abito di plastica


Che forma ha il progresso? Dibattiamo a lungo di questo argomento tra noi compagni di viaggio. Le infrastrutture e gli ospedali, ci diamo.  Vero; vero finchè non ci rendiamo conto che negli ospedali ci entra solo chi è benestante e che le strade sono percorse praticamente solo da tir provenienti da altri paesi, che attraversano da nord a sud il Ghana. Istruzione e welfare; ci diciamo continuando il nostro discorso. Giovani studentesse e studenti delle scuole superiori sono costretti a spendere gran parte del loro tempo per strada, ad arrabattarsi tra lavoretti di ogni genere, per riuscire a pagare la retta scolastica. Welfare; come si può parlare di politiche sociali a difesa del cittadino, quando a stento si riesce a comprendere dove inizi e dove finisca il ruolo della politica in una nazione così giovane? Il nostro dibattito si sposta su di un altro livello; perché ci siamo concentrati sulla parola progresso? Perché forse dal nostro punto di vista privilegiato, tutto ciò che non rispecchia i nostri standard, il nostro progresso, è percepito come regresso? Che bisogno abbiamo di misurare e pesare tutto il mondo con le nostre unità di misura? Mentre ci arrovelliamo la mente per trovare definizioni e dare spiegazioni, la nostra automobile passa accanto ad un uomo che ci costringe al silenzio. Resta impressa la sua figura, come una fotografia, in tutti noi. I piedi scalzi sull’asfalto; il resto del corpo, compreso gran parte del volto, avvolto in sacchetti di plastica, che tra essi uniti, come cuciti, formano un abito. Sono solo pochi istanti, ma sono sono sufficienti per percepire il peso della solitudine, l’odore della strada, il sapore della spazzatura. Plastica e asfalto, nient’altro attorno al corpo di chi tra gli uomini vaga solitario. Lui, come altri mille; lui come era stato il nostro Paul; lui come i bambini di strada di Accra, la capitale, prima orfani, ora figli della grande città, mendicanti di giorno, ladri per sopravvivere di sera, vittime di notte. Il filo del discorso l’abbiamo ormai perso; non so cosa stiano pensando i miei compagni di viaggio; restiamo ognuno solo nel proprio silenzio e nel mio silenzio torno all’uomo vestito di plastica. Mi chiedo se avesse ancora un nome.