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La messa


 A noi assegnano un posto speciale; due sedie non lontane dall’altare, una per me, una per Maria Laura. Marco, che non conosce l’inglese, tanto meno il twi, che non conosce le tradizioni, che non conosce gli usi, sa parlare però la lingua internazionale del rituale; a lui tocca il posto sull’altare. Non esistono più diaconi permanenti in Ghana; averne uno che partecipa alla celebrazione della messa è un onore e un privilegio di cui tutta la comunità vuole godere. Restiamo in chiesa circa tre ore; arriviamo per prima accompagnati dal parroco. Una ragazza avvolta in una coperta, ranicchiata su di una sedia a rotelle, ci saluta all’ingresso. A poco a poco tutto lo spazio si popola; dai campi circostanti arrivano giovani uomini eleganti, con camicie e occhiali da sole; seguono gli anziani, alcuni con magliette sporche e logore che raccontano del loro lavoro, altri con la maglia della Juventus, del Milan; mi vengono in mente i sacchi di indumenti usati che dal nostro mondo viaggiano per mare verso terre lontane. Entrano le donne; abiti che possono parlare e gridare di essere orgogliosi della loro terra. Stoffe colorate avvolte e riavvolte attorno a corpi, giovani e anziani, con fiocchi enormi a incorniciare i colori di un continente intero. Entrano le donne ed è teatro; alcune entrano in coppia e si sostengono sotto braccio; altre entrano solitarie e serie in volto, ma con occhi attenti osservano tutte, tutti e tutto; entrano le comari, risate travolgenti. Sono loro quelle che non si fanno problemi a indicare verso le nostre sedie, a salutarci, a parlarci e a ridere del nostro non saper rispondere. Mi chiedo se quelle nostre sedie distaccate dalle altre servano a noi per osservare la celebrazione da un punto privilegiato, o se siano messe lì per farci vedere da tutti; poco importa, accettiamo il nostro ruolo. La chiesa è in realtà un tetto appoggiato su qualche muro di sabbia incompleto e qualche palo; ad ogni muro, ad ogni palo, ci sono occhi vispi che ci scrutano e quando i loro occhi si incrociano con i nostri, è un fuggi fuggi di bambini scalzi. Trascorrono le ore; malgrado i minuti si sormontino a non finire, non c’è stanchezza nelle nostre menti. Marco sull’altare è a suo agio e è felice di trovarsi lì, in quel momento esatto. Noi, che solo osserviamo, ci lasciamo trasportare dal ritmo delle mille canzoni suonate e cantate; ci emozioniamo nel vedere che tutta la comunità prende parte in maniera attiva e le persone si alzano, raccontano, parlano, intervengono, condividono; sì, condividono. L’offertorio è potente; si raccolgono i soldi due volte, una volta per la comunità, una volta per la diocesi. Al centro della chiesa si mette un secchio, una bacinella, un qualcosa, e tutti in fila ballando e cantando si alzano e lasciano la propria offerta; l’attesa per la nostra offerta rende l’aria frizzante; sanno e sappiamo che la nostra offerta può fare la differenza per questa domenica. La comunità offre anche altro però; all’altare si portano i doni, che sono riso, che sono yam, che sono uova. Il parroco benedice e raccoglie tutto; sarà distribuito tra chi ne ha bisogno, tra chi offre servizio per la comunità. Osserviamo tutto dalle nostre due sedie non lontane dall’altare; non con gli occhi guardiamo, non con le orecchie ascoltiamo; siamo immersi.