INTERVISTA A GABRIELE

 

Come stai vivendo l’accoglienza dei profughi ucraini?

Sono molto diviso tra emotività e operatività: essere molto operativo mi permette di stare concentrato sul “fare” e di agire in modo efficace, cercando soluzioni ai problemi, accogliendo chi arriva, favorendo una vera presa in carico comunitaria; dall’altra parte sento un forte coinvolgimento, perché siamo tutti coinvolti in questa storia. Mi rendo conto di quanto queste persone stiano soffrendo e mi mette tristezza soprattutto vedere i bambini: infatti le mie attenzioni le rivolgo soprattutto a loro. Però so che non è l’unica guerra al mondo e aiuterei chiunque fosse nella stessa situazione, ucraino, russo o africano.

Cosa traspare dagli occhi di queste persone?

I bambini sono spaesati, ma per fortuna si distraggono facilmente con il gioco. Grazie alle nostre Parrocchie e associazioni sportive so che troveranno un modo per sorridere. Gli adolescenti invece hanno uno sguardo diverso: sono più consapevoli, hanno interrotto la scuola, hanno lasciato il papà. Mi sembra che abbiano la speranza di tornare a casa. Gli adulti invece hanno gli occhi di chi si è arreso all’idea della guerra, inermi. Come sappiamo sono quasi tutte donne, che hanno visto sgretolarsi tutti i loro sogni. Le vedo spaesate: sono qui, ma il loro cuore è al fronte con i loro mariti e i loro padri. E’ difficile capire quello che c’è nei loro occhi, ma sicuramente c’è tanta desolazione. Noi cerchiamo solo di essere delicati, di fare poche domande. Capire senza chiedere. Essere vicini senza invadere. Perché possiamo solo immaginare il dolore che si prova. L’occhio resta fisso nel vuoto, altrove. Aspettano, ma hanno tanta paura.

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